Il volume è strutturato in quattro sezioni, in cui sono ordinati cinque capitoli che danno ragione agli inusuali e quasi aforistici titoli delle sezioni. Completano la struttura del testo un’introduzione, che spiega la genesi del lavoro e le motivazioni della specie preferita, il Larice, in cui l’autore identifica la sua cultura ladina e origine cortinese e la conclusione dove esprime il rammarico che la cultura del legno sia molto evocata e poco praticata.

Colpa del legno? No, delle teste di legno! È il titolo della prima sezione. Spesso infatti l’insuccesso di un progetto o di una realizzazione viene imputato ai difetti del legno, piuttosto che all’incapacità di chi lo usa di rapportarsi con le sue caratteristiche che per quanto ci si sforzi di classificare, sfuggono alla pretesa e alla presunzione di imbrigliare la Natura nelle rigide caselle del determinismo, piuttosto che accettare situazioni che i casi della vita, nostra e anche di un albero, riservano e che sono la sostanza del divenire stesso. In questa sezione protagonista è l’uso storico del legno in alcuni manufatti, reali e mitici, come per la costruzione dell’arca di Noè, il cavallo di Troia o il suo ingegnoso impiego da parte dei pontefici romani per la costruzione appunto di ponti a partire dal Sublicio, quello di Cesare sul Reno e quello di Traiano sul Danubio. L’analisi delle specie legnose impiegate per le palafitte, smentisce l’uso abitativo di questi manufatti, mentre il quinto capitolo si ferma alla concezione sottesa alla realizzazione dei bellissimi trabucchi abruzzesi, macchine per la pesca che “vanno a patti con la più forte natura”. La conoscenza del legno diventa così mezzo di approfondimento di altre discipline

Il calcestruzzo lo so fare anch’io, il legno solo Dio. Questa è la sezione che insiste, con articoli apparentemente disomogenei, sulla necessità di conoscere il legno per poterlo usare al meglio e di come la conoscenza della filiera legno sia indispensabile per l’esito di una realizzazione, se si condivide che il successo di un’opera costruita sia dato dalla capacità di mettere insieme bellezza e razionalità, ingegneria e architettura. Soprattutto i due ultimi capitoli documentano come la caratterizzazione del legno e la sua eziologia siano necessarie per garantire la durabilità delle costruzioni di legno, tema principe per chi usa questo materiale. Forse è la sezione che meglio esplicita e chiarisce le intenzioni dell’Autore, che ha insegnato questo materiale nella facoltà di architettura e che lo ha usato nei suoi progetti.

Nessun dorma. Affermazione che si riferisce non solo al fatto che una struttura di legno debba essere sempre pervasa da un’intima tensione, ovvero che debba sempre lavorare senza stancarsi mai, pena l’insuccesso, ma anche come questa concezione strutturale possa essere foriera di innovazione con l’applicazione di stati di coazione, ovvero con tecnologie che mettono in presollecitazione gli elementi strutturali prima del loro impiego nell’organismo statico.

Un capitolo elogia il cuneo, macchina semplice, potente, bella e utile, oggi dimenticato e che aspetta la riscoperta. Togliere un poco di polvere dalla coltre dell’oblio dei secoli equivale spesso alla novità!

Infine, nella quarta sezione, S’impara di più in un bosco che sui banchi di scuola, vengono fuori le motivazioni più strettamente culturali che giustificano l’impiego del legno e l’interesse che il mercato mostra per il suo impiego in edilizia. Si capisce come i problemi che si dovranno affrontare siano immani se ci si vuole svincolare dalle mode o dai facili slogan. Nel capitolo sull’elogio del gabinetto di legno, dove affiora il debito culturale che l’Autore dichiara di avere per lo scrittore giapponese Tanizaki, c’è anche la sintesi del tentativo che permea tutto il volume di mettere assieme il saper pensare e il saper fare.

Nella seconda di copertina, otto immagini di realizzazioni o libri scritti, una per lustro, sintetizzano il profilo biografico dell’Autore, che dichiara di aver imparato molto da chi per ragioni diverse si è occupato di legno, quindi del materiale che ha stretti legami col sacro, non solo sul piano scientifico, ma anche e soprattutto sul piano umano e spirituale.

Davvero notevole la veste grafica e la freschezza dell’impaginazione che rende accattivante la lettura di un testo che esula dalla usuale produzione tecnica dell’Autore, che ringrazia Sabina per il suo gesto d’amore filiale nell’impegno grafico.

Foto del famoso fotografo ampezzano Stefano Zardini, impreziosiscono il testo.

L’ultima sorpresa: Alvaro Stevan, titolare di una ditta che costruisce ascensori, ha assecondato la richiesta di sponsorizzare la pubblicazione, nonostante l’Autore avesse subito premesso di non prevedere un futuro di ascensori di legno.

Ma non poniamo limiti alla Provvidenza!

Franco Laner

IL MIO LEGNO

 

Pagine 182, formato 24x30cm

Pubblicato da Stevan Elevatori, Settimo Pescantina (VR)

Grafica Sabina Laner

Marzo 2018