di Andrea Zenari – www.fattoriadellegno.it

Il mal tempo di fine mese, raggiunge il clou il 29 ottobre 2018 sull’Altipiano di Asiago, Andrea Zenari lo descrive da uomo ma anche da esperto forestale, conoscitore di questo territorio e di ogni albero che lo popola. Da alcune stime frettolose si parla di 2-3 milioni di alberi rasi al suolo in tutta l’area dolomitica: moltissimi Abeti rossi, pochi Abeti bianchi e Larici, e qualche grande Faggio sul Cansiglio. Non basta, i danni maggiori si sono verificati proprio là dove c’era il bosco puro. Il valore del tronco schiantato è valutato fra i 15-20 € a metro cubo in bosco, ma si stima che le imprese forestali saranno in grado di esboscare circa un terzo di quello caduto. Soprattutto il materiale in esubero, quello che comunque non potrà essere assorbito dalle segherie, rischierà di essere soggetto a degrado e quindi di essere buttato via. Serve, urgentemente, un progetto virtuoso redatto da un commissario straordinario.

La guida Touring Club Italia del Veneto del 1921 descrive uno scenario apocalittico all’indomani del primo conflitto mondiale, quando parla dell’Altipiano di Asiago visto dal finestrino del treno a vapore della linea Piovene-Asiago, descrivendo il percorso come un paesaggio spogliato di ogni cosa. Era appena finita la guerra, cento anni fa, e l’uomo con la sua forza malvagia era riuscito a radere al suolo ogni creatura! Lunedì 29 ottobre 2018 a combinarla grossa non è stato l’uomo ma la natura, questa volta si è ribellata! Era il primo pomeriggio, la pioggia intervallata da qualche schiarita, e stavo sistemando la segheria in fattoria, quando il cielo ha incominciato a caricarsi, sono arrivati immensi nuvoloni gialli da sud e si sono incontrati con nuvoloni neri più freddi dal nord est. Improvvisamente sembrava un campo di battaglia: l’Antica Roma contro gli Unni. Si è scatenato l’inferno. Sono iniziate raffiche di vento, che hanno sfiorato i 150 km/h, facendo prendere il volo a parecchi tetti di lamiera e scoperchiando gli edifici più vulnerabili, quelli delle malghe sono stati i primi, la pioggia scendeva come siamo soliti dire “a secchie rovesce” e le chiome degli alberi si sono caricate e gonfiate d’acqua appesantendosi.

Fra le chiacchiere da bar, alcuni miei conoscenti, giustamente, asseriscono che essendoci ancora gran parte delle foglie non ci saranno problemi di alluvioni in pianura, perché gli alberi stessi riusciranno a limitare la percolazione e lo scorrimento dell’acqua rallentandola e facendo si che il terreno la assorba lentamente senza trasformarla in un fiume, come il Rio delle Amazzoni che dove passa “spazza” (pulisce via tutto). Il cielo però continua a caricarsi, e mentre io decido di ripartire e tornare a casa, noto sul parabrezza del mio furgone la sabbia gialla scesa dal cielo, portata dallo scirocco; infatti, la temperatura è tiepida, ci saranno 15-16 gradi, un caldo strano per il periodo ma normale per la situazione e l’evento. La situazione è strana, surreale, una di quelle condizioni che non si presentano spesso e soprattutto nelle quali non è per niente gradevole trovarsi a vivere. I comunicati della Regione e della Protezione Civile allertano ed esortano a rimanere a casa, da questa mattina le scuole sono chiuse per scongiurare il peggio e lasciare libere le strade per ogni tipo di intervento. Insomma tra il cielo carico e ciò che sanno gli amministratori qui c’è proprio da preoccuparsi. Tutto però procede come se nulla fosse, del resto non possiamo mica fermarci a ogni comunicato di allerta e poi se si sbagliano? Alla fine, dai noi e per noi che abitiamo in pianura o in fascia pedemontana non è successo nulla, nelle città l’acqua non è arrivata se non nei limiti e non si ha assolutamente la sensazione di ciò che a 1000 metri di quota più in alto, sulle nostre montagne, stava succedendo ed è successo. Nulla si è recepito se non dalle immagini passate sui media qualche giorno dopo.

Nel vortice del ciclone della tempesta di vento, un turbinio che è andato dalle Prealpi Vicentine e Feltrine fino alla Val Puteria e Comelico, dall’Adige al Piave compresa quindi tutta l’area delle Dolomiti, una zona di 150 chilometri quadrati, lì sopra si è sprigionato l’inferno. Chi si è trovato in mezzo mi ha detto che tutto si è svolto in un arco di tempo di qualche ora -dalle 17,00 fino alle 22,00 -, anche se ritengo che la catastrofe si sia consumata in una frazione più breve di tempo, quando ha raggiunto un punto di non ritorno in cui la combinazione di carico di pioggia sommata alle raffiche di vento ha portato a rottura gli alberi che si sono in gran parte spezzati e pochi altri sradicati. Tronchi da 50-60-80-100 cm di diametro, Alberi che hanno tenuto carichi di vento impressionanti quando erano usati dai veneziani come alberi maestri delle galee e carichi sui tetti di nevicate molto intense. Oggi, però, si sono spezzati come uno stuzzicadenti, come capita con il bastoncino del gelato quando lo si succhia fino in fondo per estrarre il gusto della panna o della cioccolata e si riesce a inumidirlo, fino a quando la resistenza delle fibre viene superata dalla forza delle nostre dita che fanno fulcro tra i denti. Insomma la Natura ha avuto la Forza della distruzione che ha superato quella dell’uomo, anche quella delle guerre più feroci; senza preavviso e in pochi minuti è riuscita a rovinare il suo lavoro di ben 100 anni. Del resto la natura è l’unica in grado di autoregolarsi. Fatto sta, che sono cadute tante piante di Abete rosso, pochi Abeti bianchi e Larici e qualche grande Faggio sul Cansiglio. Da alcune stime frettolose si parla di 2-3 milioni di alberi rasi al suolo in tutta l’area dolomitica: sono tantissimi alberi. Al di là del numero c’è poi da fare una precisazione selvicolturale: i danni maggiori si sono verificati là, dove c’è il bosco puro o quasi.

Dal punto di vista della contabilità si può stimare immediatamente il quantitativo di legname a terra, che si aggira sui 4 milioni di metri cubi, che corrispondono a 150 mila camion di tronchi il che equivale a una colonna di 3 mila chilometri, in pratica la distanza tra Bolzano e Palermo andata e ritorno. Il valore economico di questo legname si aggira sui 200.000.000 di Euro che non potranno più essere incassati dai proprietari forestali per i prossimi 30 anni, in quanto ci vorrà questo tempo per attendere che i nuovi alberi crescano. D’obbligo l’uso del condizionale perché servono nuovi semi e per le intere aree rase al suolo non ci sono alberi che potranno disseminare, quindi sarà necessario impiantarli artificialmente e serviranno quindi, nei prossimi anni, almeno 6-7 milioni di piantine da impiantare in questi boschi, anzi ex boschi. Si stima che in Veneto gli schianti siano almeno di 1 milione di metri cubi. E quindi 50 milioni di euro che non possono capitalizzare i comuni. I comuni più fortunati riusciranno a ricavare parte dei 10-15 milioni di Euro che vale ora il tronco schiantato, infatti, si parla di 15-20 Euro a metro cubo in bosco. Una parte che è facile da stimare, in quanto il tempo per poter tirare fuori il legno sano è limitato e da giugno prossimo arriveranno i patogeni a degradarlo, quindi se l’inverno farà poca neve, ci sono al massimo 7-8 mesi per lavorare in bosco, mentre se farà tanta neve il periodo più ridursi a meno di metà. In Veneto ci sono circa 700 imprese forestali che sono in grado di esboscare, una media di non più di 1500 metri cubi di tronchi al giorno, e ammesso che lavorino per 8 mesi x 30 giorni al mese = 240 giorni, compreso Natale, Capodanno e Pasqua; ne potranno tirar fuori non più di 360.000 metri cubi, quindi al massimo un terzo di quello caduto.

Per tutto il resto del legname, il destino immediato è la biomassa e quindi margini di sussistenza risicata. In ogni caso, un introito per i proprietari forestali di non più di 5.000.000 Euro. Il che significa che poi nelle casse dei comuni non entreranno più soldi dal patrimonio forestale per almeno 30 anni e il bosco seguirà il suo corso. Fosse tutto così facile, ma il problema non è di portare fuori il legno dai boschi bensì di chi lo potrà lavorare, che non potrà sopportare un lavoro annuo di più di 100.000 metri cubi di tronchi tra le segherie della nostra regione. E quindi gli altri 260 mila cubi dove andranno? Nelle regioni vicine, come Austria e Germania la situazione è uguale e pertanto non assorbiranno materiale. Morale della favola rimarrà nei piazzali dei boscaioli o delle segherie e ancora una volta sarà soggetto a degrado e quindi sarà da buttare via. Solo nel vicentino, territori della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni e massiccio del Grappa, si parla di 3-500.000 metri cubi di tronchi a terra e quindi soltanto 100.000 metri cubi si sarà in grado di portare fuori, e ancora sarà riversato nelle segherie che non riusciranno a lavorarlo. Un vero peccato perché solo 6 anni fa si era parlato ampliamente di sviluppare la filiera del legno nel nostro territorio, ma invano e ora è troppo tardi. In quegli anni lo slogan era: “non mandiamo in fumo il larice della val di Zoldo”; oggi lo slogan è: “natura eri e natura tornerai”.

I problemi non si fermano però soltanto al mancato guadagno di milioni di euro per i proprietari forestali, ma a tutto ciò che capiterà dopo, dal reimpianto: servono nei prossimi anni almeno 1 milione di piantine di specie alpine che dovranno essere comprate a circa 1 Euro cadauna. Pensiamo alla mancata monticazione delle malghe e che nell’estate 2019 circa 3000 bovini adulti e molti altri ovini, non potranno venire sull’Altipiano di Asiago perché gran parte delle malghe saranno fuori uso: cosa faranno gli allevatori di pianura che dovranno avere almeno 70 mila quintali di fieno in più per sfamare le bestie che gli rimangono in stalla per l’intera estate? Come si comporteranno i nostri alvei con i boschi che daranno minor ritenzione idrica? Come risponderà il mercato dei fungaioli ora che ci sono molti meno boschi dove passeggiare? E cosa succederà della prossima stagione sciistica se non riusciranno a liberare le piste entro la fine di novembre? Queste sono domande alle quali riusciremo a dare risposta soltanto nei prossimi 10 anni, l’importante è che non si aspetti che la risposta la dia il mercato ma che gli amministratori, magari con un commissario straordinario che li guidi nella pulizia e nella ricostruzione sostenibile del futuro sistema bosco, possano creare da questo disastro un progetto virtuoso per un futuro ecosistemico della nostra montagna e che qualcuno fra cent’anni possa dire: “Grazie a chi ha pensato e costruito tutto ciò”.

Note conclusive sull’evoluzione economica del disastro ambientale avvenuto il 29 ottobre nel vicentino:

1. Metri cubi di alberi caduti: 500.000 mc.

2. Possibilità di esbosco entro l’estate perché le ditte e le macchine sono limitate e perché da giugno arriveranno i patogeni che si mangeranno i tronchi a terra (i boscaioli delle zone limitrofe hanno lo stesso problema e quindi non sono interessate a lavorare nei nostri boschi): 100-150.000 mc.

3. Capacità lavorativa delle segherie locali (le segherie delle zone limitrofe hanno lo stesso problema e quindi non sono interessate a lavorare il nostro legno): 20-30.000 mc.

4. Legno che si dovrà vendere in altre regioni, escluso il Nordest, sotto forma di tronchi perché non abbiamo i macchinari per lavorarlo nella nostra regione: 120-130.000 mc (così faranno anche Trentino: 1 milione di metri cubi, Alto Adige: mezzo milione di metri cubi, Friuli: mezzo milione di metri cubi, Cadore: mezzo milione di metri cubi e la stessa situazione si è verificata in Austria e Slovenia). Servirà un impegno politico nel dissuadere gli operatori nell’acquisto del legname straniero.

5. Abbiamo avuto grossi danni alle malghe e quindi 3000 capi nell’estate 2019 non potranno fare l’alpeggio, pertanto in pianura serviranno 70.000 quintali di fieno in più per sfamare le bestie che rimarranno in pianura.

6. Se non ripuliamo le piste da sci fra un mese non potrà partire la stagione invernale con forti danni per il turismo.

7. Tutto il legname deve uscire prima di giugno dai boschi perché quello che rimarrà non sarà più utilizzabile per forte degrado da patogeni, patogeni che per forza di cose andranno ad attaccare anche quei pochi alberi rimasti in piedi vicini alle aree devastate.

8. Per quel legname che rimane l’unica cosa da fare potrebbe essere la macinazione o addirittura un incendio controllato (in modo più estremo) in modo che si possa produrre dell’humus e arricchire il terreno.

9. Dall’autunno 2019 sarà necessario reimpiantare almeno 1 milione di piantine (costano 1 € cadauna) per ricostituire i boschi, che dovranno essere misti per essere meno vulnerabili in futuro.

10. Teniamo conto che in zona non abbiamo grandi vivai per le specie alpine, ne esiste uno limitato a Montecchio Precalcino di Veneto Agricoltura e ne esistevano altri due ad Asiago e a Velo d’Astico (si potrebbe pensare di riaprirli).

Le fotografie ritraggono uno scenario apocalittico dell’Altipiano di Asiago, non dissimile da quello che si presentava all’indomani del primo conflitto mondiale cento anni fa, un bosco che si presenta così da Verona a Insbruck.